Alcuni pensieri sui magazine digitali

Posted on 6 gennaio 2011

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E’ stata una delle notizie conclusive del 2010: i downloads dei magazine progettati per iPad hanno subito, mese dopo mese, un calo consistente. Guardiamo le perfomance di Condé Nast, l’editore che ha investito probabilmente più di altri in magazines per iPad che non fossero la conversione pdf della rivista cartacea arricchita con qualche feature multimediale: Wired è passato da 100.000 downloads di giugno 2010 a 22.500 di novembre 2010. Un calo del 78% che si motiva anche con l’exploit del primo numero. Vanity Fair è passato da 10.500 downloads di agosto 2010 ai 8.700 di novembre 2010 (-17%). Questi sono i dati pubblicati dal Audit Bureau of Circulation che riceve i dati direttamente dagli editori. Altri magazine per iPad come il New Yorker non pubblicano i dati quindi per ora non è dato sapere come sta andando.

E’ singolare che questa tendenza negativa si stia verificando quando le vendite dell’iPad vanno esattamente nella direzione opposta: da marzo 2010, mese in cui il dispositivo è uscito sul mercato, a novembre 2010 sono stati venduti 7,46 milioni di iPad. Sembra quindi che agli acquirenti di iPad interessi fare molte cose con il loro “gingillo” e tra queste cose raramente (e in misura calante) rientra leggere le versioni digitali dei magazine cartacei.

Siamo di fronte non ad un fallimento dei magazine digitali sotto forma di applicazione ma ad una serie di problemi di natura funzionale. Un problema è sicuramente il peso; un magazine come Wired, arricchito di contenuti multimediali, può pesare anche 700 Mb…scaricarlo via Wi-fi è tutt’altro che un’esperienza snella; sorvoliamo sull’eventualità di scaricarlo via network 3G. Su questo punto l’architettura del web vince ancora sull’architettura delle applicazioni perché il web fornisce i contenuti on-demand anziché costringere l’utente a scaricarli interamente in un applicazione – anche pesante – per fruirne.

Piccola parentesi: non è difficile intuire perché la forma “magazine come applicazione” sia stata preferita a forme più flessibili e on-demand. L’industria editoriale ha pensato – per sua forma mentis ma anche per una logica convenienza – di rendere il processo di acquisto del magazine digitale il più possibile aderente al processo d’acquisto in edicola, con il download come versione digitalizzata dell’acquisto nel mondo reale (in edicola non si possono acquistare solo le pagine di un giornale che ci interessano, così quindi il download del magazine digitale per gli editori dev’essere nella sua interezza e non on-demand). Non si è tenuto conto però che la caratteristica di ogni prodotto digitale è la flessibilità di fruizione (on demand, solo ciò che voglio quando lo voglio) e la caratteristica di ogni utente digitale è l’abitudine a questa flessibilità.

L’altro problema è dell’editore che investe soldi veri e tanti al fine di disegnare applicazioni editoriali per un device, l’iPad, che nel 2011 subirà la concorrenza vera e forte di altri player e in particolare di un’altra piattaforma (Android di Google). La situazione che si troveranno a fronteggiare gli editori è la mancanza di una piattaforma unica per la vendita dei magazine digitali; all’App Store di Apple si affiancherà infatti la piattaforma di Android – cui Google starebbe già lavorando secondo quanto riportato dal WSJ. Il bello di nuovo è che la piattaforma unica, indipendente dai sistemi operativi, esiste già ed è il web. Sul web però è fallito (o meglio, non è mai nato) un mercato solido pay-per-view legato ai contenuti editoriali; per questo gli editori si erano lanciati con fiducia nel mercato delle applicazioni editoriali.

Secondo me non si tratta di fare altro che seguire due direzioni, la prima riguardante il design, la seconda riguardante invece l’ecosistema / piattaforma:

  1. Lavorare sulla progettazione / programmazione di magazine flessibili, che si adattino alla volontà di chi li fruisce: pensare i magazine digitali come qualcosa di leggero, fruibile, on-demand e nettizzato dagli orpelli multimediali che inizialmente stupiscono ma sul lungo termine appesantiscono, disegnarli intorno all’utente e alle modalità di fruizione flessibile che si sono affermate sul web
  2. Lavorare su una piattaforma di acquisto / fruizione che permetta di far leggere il magazine acquistato su tutti i dispositivi (pc, tablet, mobile), permettendo la sincronizzazione dei contenuti (che sono quindi nella “nuvola” e sempre accessibili) tra diversi dispositivi.