Le peripezie di De Bortoli…e dell’industria editoriale

Posted on 23 gennaio 2011

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L’editoria è, credo, una delle più interessanti invenzioni degli ultimi secoli. Attenzione: non mi riferisco al giornalismo (che continuerà ad esistere anche in caso di sparizione dell’editore come la conosciamo) ma all’industria editoriale, quella delle rotative, dell’organizzazione dell’edizione centrale e delle edizioni locali, quella dei rapporti sindacali sempre travagliati tra proprietà, direzione, giornalisti, resi ultimamente più contrastati dal ridimensionamento delle fonti di ricavo (numero di lettori e pubblicità entrambi in calo). E’ interessante perché è un’industria che è nata sul dovere di informare e ha sviluppato una sua tipica organizzazione intorno a questa missione.

Questa organizzazione però non sembra adatta al futuro. Ecco, fonte eMarketer, come si modifica la penetrazione dei media in Italia dal 2000 al 2009 (notare il trend di magazine e newspapers):

Questo è in sintesi lo scenario in cui si trova tutta l’editoria, incluso il Corriere della Sera il cui direttore (Ferruccio De Bortoli) ha scritto lo scorso 30 settembre una lettera ai propri giornalisti parlando, fondalmentalmente, di una riorganizzazione del lavoro e degli accordi che permettesse di rendere competitive le versioni digitali della testata, portando ad esempio i giornalisti della carta stampata a scrivere anche per le versioni online e su iPad (cosa che oggi non avviene). In maniera lungimirante, i comitati di redazione hanno risposto alla lettera con due giorni di sciopero.

Altrove, nello specifico al New York Times, le riorganizzazioni del lavoro vengono prese diversamente: ci sarà stata qualche protesta da parte dei giornalisti storici di fronte all’esigenza di mettere l’online in cima alle priorità della testata? Non credo, anzi sarà stata vista come un’opportunità anche per la versione cartacea.

Tornando al nostro paese, per quanto secondo me corretta nei contenuti e anche nella forma, non credo che la ricetta De Bortoli riportata nella lettera serva a riportare i fasti in capo al Corriere. Da quando esiste l’innovazione su scala industriale, esistono aziende o interi settori industriali che ne rimangono spiazzati e che vengono rimpiazzati, in tutto o in parte, da altri. Da quando esiste l’innovazione, esistono aziende che sanno capitalizzare sul nuovo spazio che questa crea e altre che invece ne rimangono escluse e possono solo vivacchiare in un’industria il cui centro si è spostato fuori dal loro raggio. E’ questo il caso dell’industria editoriale italiana che continuerà a contrarsi nei volumi, nei ricavi pubblicitari e a cui verrà sempre meno riconosciuto un ruolo centrale nell’informazione da parte del cittadino comune.

In tutto questo hanno ovviamente un ruolo i sussidi di Stato alla stampa: è noto che lo Stato italiano finanzia le testate stampa che sono anche organi di partito, con un’applicazione molto creativa della libertà di parola che privilegia i partiti politici. A questo proposito, Frédéric Filloux sul suo Monday Note ha evidenziato in un grafico che, laddove ci sono sovvenzioni alla stampa da parte dello Stato, sono minori i margini operativi medi dell’industria editoriale e inoltre – caso specifico dell’Italia e anche della Francia – sono state minori le ripercussioni della crisi editoriale sull’occupazione (l’Italia risulta infatti sostazialmente stabile per forza lavoro impiegata presso i giornali).

Qui il link al grafico e qui il link all’articolo completo (il cui tema principale è “Ci sono troppi giornalisti?”).

Alla luce di tutto questo, è importante insegnare al cittadino a recuperare da sé le informazioni, soprattutto grazie alla Rete. Nei prossimi decenni non rimarranno più grandi aziende editoriali in grado sia di stare sul mercato, sia di applicarsi al dovere di informare

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