Paywall all’antica

Posted on 22 marzo 2011

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Da qualche giorno la notizia rimbalza per la Rete e, come prevedibile, fa discutere: dal 28 marzo il New York Times online sarà a pagamento; passato il 20esimo articolo consultato in un mese solare, il lettore si scontrerà con il “muro” e dovrà decidere se abbonarsi o meno.

Nell’ordine, ci sono un po’ di fatti nel modo in cui questo passaggio a pagamento viene impostato / gestito i quali mi ricordano che mentre il digitale ridisegna (processo già in fase avanzata) il rapporto tra fornitori di contenuti e fruitori, l’industria vede la digitalizzazione come l’opportunità di inserire nuovi paletti (quali furono ad esempio i famosi DRM), i quali denotano una mentalità all’antica applicata ad un ambito infuso di tecnologia e nuove possibilità.


Primo fatto
: Il pricing applicato considera la versione web e le versioni per smartphone e tablet come cose nettamente distinte. Ecco lo schema dei pricing applicati.

New York Times - Subscription Prices Il discorso è che con l’avvento della digitalizzazione (cosa non nuova, ne recente) il contenuto si può – se creato e programmato in maniera corretta – adattare automaticamente a seconda del dispositivo (e su questo punto emerge tutto il mio scetticismo a proposito delle applicazioni editoriali per smartphone e tablet, le quali – forse con un paio di eccezioni – quando non sono il pdf della versione cartacea arricchita da link multimediali, sono semplici riorganizzazioni dei contenuti già fruibili online con l’aggiunta di funzioni ormai banali come il bookmarking degli articoli). Per come la vedo io, dovevano esserci due versioni di abbonamento: una per l’accesso al sito NYTimes.com, la quale è funzionale per chi si accontenta di una fruizione della versione online – basilare e senza orpelli / funzionalità aggiuntive – anche tramite tablet o smartphone, e una seconda versione per l’accesso tramite app (smartphone + tablet), pensata per coloro che vogliono funzionalità aggiuntive (a patto che poi queste funzionalità aggiuntive vengano davvero implementate nelle app). La politica di costringere a pagare per la versione online + app (per smartphone o per tablet) mi risulta abbastanza forzata, soprattutto se le app non sono significativamente evolute rispetto alla versione online.


Secondo fatto
: dal 28 marzo il NYT farà pagare per quello che oggi si può trovare gratuitamente.
Apparentemente non è previsto alcun upgrade del sito o delle app, una volta che saranno diventati a pagamento. Semplicemente, si pagherà per quello che oggi è gratuito e, per quanto si possa dire che sono appena 50 cent. al giorno nella versione più economica, si tratta comunque di 195 $ all’anno, ovvero quasi quanto un abbonamento alla banda larga – la quale offre l’accesso a una molteplicità di informazioni e contenuti – il tutto per abbonarsi ad un solo fornitore. Io penso che qualcuno sarebbe disponibile eventualmente ad abbonarsi per poter fruire delle notizie secondo format innovativi (come quello offerto da Flipboard, il quale aggrega le news reperite tramite la propria rete sociale), ma non per avere le stesse cose che può avere oggi gratuitamente. Obbligare a pagare senza offrire un valore aggiunto (e un valore aggiunto che sfrutti le possibilità offerte dal digitale) è la seconda forzatura.


Terzo fatto
: come determinare quando il lettore ha raggiunto la soglia dei 20 articoli mensili (soglia sotto la quale la fruizione rimane gratuita)?
L’unica cosa che mi viene in mente è l’obbligo di registrazione per tutti i lettori e l’obbligo di fare login prima di leggere ogni articolo. Se infatti ci si basasse solo sui cookies, basterebbe cancellarli per azzerare il conteggio e continuare a fruire gratuitamente dei contenuti. Questo obbligo di login farebbe calare il numero di lettori e pagine viste anche da parte dei non abbonati, con calo della quantità di traffico sul sito e della disponibilità di bacino per la vendita di pubblicità (business al quale il NYT non mi risulta che abbia rinunciato).
La terza forzatura è operare in maniera controintuitiva rispetto alle abitudini di fruizione dell’informazione online, vincolandola a esigenze di business (peraltro legittime) quando però il digitale ha abituato le persone a una profonda libertà di navigazione – peraltro maturata anche grazie ai principali fornitori di informazione.

La massima espressione della libertà di fruizione è infatti data dalla possibilità di leggere un articolo senza nemmeno andare sul sito di una testata. Questo è possibile tramite i feed RSS e gli aggregatori come Netvibes o Google Reader. Il NYT stesso ad esempio offre 174 feed RSS dal proprio sito, ognuno dei permette al lettore di sottoscrivere contenuti specifici (sport, editoriali, opinioni, ecc…), e lo stesso viene offerto da praticamente tutti gli operatori dell’informazione.

Giustamente, le testate di informazione hanno cercato di fidelizzare il lettore offrendogli diverse modalità di fruizione (rese possibili dalla digitalizzazione), le quali sono diventate ormai naturali. Adesso alcuni editori vorrebbero applicare politiche anche più restrittive del passato “non digitalizzato”, se non che certe abitudini sono ormai scritte nel DNA di ampie fette di individui e la mancanza di un approccio concordato a livello di industria editoriale rende queste iniziative obsolete in partenza. Modalità di pricing più attente al lettore digitale sono possibili ma non verranno da un’editore che deve mantenere un’organizzazione lavorativa modellata su un’era precedente alla nostra. Credo sia questo il punto principale.

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