Performance-based Journalism

Posted on 11 aprile 2011

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Ispirato (per così dire) dall’AOL Master Plan trapelato lo scorso febbraio e dall’indiscrezione secondo cui USA Today pagherà un bonus ai suoi giornalisti in funzione della capacità dei loro articoli di generare page views, ho sviluppato un nuovo acronimo: PBJ – Performance-based Journalism.

Di cosa si tratta?

E’ un nuovo tipo di giornalismo che sposta il baricentro da un modello ad un altro:

Si passa da:

Il modello della “notizia da raccontare” come veicolo per reclutare i lettori, trattenerli e grazie al quale generare campagne spontanee di condivisione tra lettori che migliorano la rilevanza del sito ed il suo posizionamento sui motori di ricerca per argomenti specifici. Questo è il modello che consente di coprire in maniera soddisfacente i fatti di cronaca, politica, esteri, facendo leva su un interesse naturale nel voler capire le cose.

A:

Il modello dei “lettori” da catturare in qualsiasi modo anche se in maniera occasionale e a posizionarsi sui motori di ricerca per contenuti da “società di massa”; questo è il modello che enfatizza il sistema delle “photogallery ovunque”, del tono sensazionalista, del gossip, del macabro e del gossip su fatti di sangue.
E’ il tipo di giornalismo che in futuro crescerà esponenzialmente, in uno scenario in cui ci saranno due tipologie principali di testate:

  1. Giornali online che saranno in grado di fatturare anche e soprattutto grazie alle vendite (esempio attuale: Il Fatto Quotidiano), in possesso di un pubblico che vive un impegno, un ingaggio, con la testata.
  2. Giornali online che, non essendo in grado di fare ciò, si baseranno interamente sui volumi di page views (che coincidono con il bacino di pubblicità vendibile agli inserzionisti), svalutando però il proprio profilo, catturando lettori meno interessanti sia per l’editore, sia per le aziende, abbassando il valore medio cui si può vendere ogni impression.

In pratica, siamo di fronte ad un grande abbaglio per cui si inflaziona il potenziale pubblicitario – calcolato in termini di page views – di un sito e si va a diminuirne il valore unitario in conseguenza del banale meccanismo che regola la domanda/offerta; la realtà infatti è che non c’è un fenomeno di scarsità delle page views tale per cui gli investitori non riescono a investire per mancanza di spazio. E’ vero anzi il contrario: ci sono spazi sufficienti per tutti e anche un eccesso di posizioni di poco valore che gli editori utilizzano per dare omaggi e abbassare il costo / contatto medio.

Per questo, qualunque strategia volta a incrementare le page views non è una strada in grado di generare valore per l’editore e nemmeno per il lettore, i cui interessi sono reciproci e più connessi di quanto mediamente si immagina…di quanto gli editori stessi riescono a immaginare.